Storie


 

Matalo con el revolver


Tante volte avrei voluto parlarne, poi, ho sempre evitato l'argomento.Oggi sono capitata su un sito web che ne parla e i ricordi affiorano nuovamente.

Eravamo a Città del Messico il compagno della mia vita ed io in un afoso pomeriggio assolato...e se ancora oggi mi si dovesse chiedere come mai ho accettato,allora,di unirmi ad un gruppetto di turisti per andare ad assistere alla corrida, mi sorprendo a guardare nel vuoto...rivedere un mondo per me assurdo, guardare nuovamente ad un portone che si apre...e una giovane bestia entrare veloce come se qualcuno le avesse all'improvviso ridato la libertà...il tempo di trovarsi in un arena gigantesca, di sentire il boato di una folla di esseri umani...di soffrire le pene dell'inferno per le ferite impostale dagli uomini, uno dietro l'altro...e lottare...lottare per la sua vita...con una passione che voleva vincere il dolore...vincere la resa...mentre vinceva la sua morte...

E risento un grido nella folla indirizzato di uno spettatore rivolgersi ad un giovane e incompetente matador che non sapeva matare...(ammazzare)

"Matalo con el revolver!" ....

"Matalo con el revolver...si matalo con il revolver ma matalo"
gridavo anch'io in italiano...e piangevo tra la folla..sotto un sole cocente e sono uscita di corsa da quell'arena..aspettando tra i brividi in un vicino posto di ristoro la parte del nostro gruppetto che era rimasta inchiodata li...sulla scalinata per vedere la fine di quella giovane bestia ed altre cinque a seguire...

Son passati tanti anni...tanti..ma se ci ripenso ho ancora i brividi addosso...brivi di dolore..brividi di vergogna per spettacoli simili..brividi e basta...





Congedo

Se muoio
lasciate il balcone aperto.
Il bambino mangia le arance.
(Dal mio balcone lo vedo).
Falcia il grano il mietitore.
(Dal mio balcone lo sento).
Se muoio,
lasciate il balcone aperto.

Federico Garcìa Lorca


America - New York

Mi viene in mente una serata trascorsa a New York iniziata con tanta gioia:

"Dove ti farebbe piacere andare a cena?" mi chiese l'amico americano cingendomi le spalle con simpatia...
"Mi piacerebbe..mi piacerebbe Long Island...ma sai...un posto alla buona...dove poter assaggiare del pesce fresco..."
E l'amico ha condotto me e W. a Long Island guidando la sua lunghissima auto tipicamente americana .
Ero felice.
Di nuovo in America...di nuovo poter parlare la lingua degli avi...respirare l'aria del mare...mangiare in compagnia di un amico davvero caro..
Ed eccoci nel ristorantino pieno di fumo, di gente, di odori, di voci, di boccali colmi di birra....
Si mangiava in piedi davanti ad un lungo bancone, così come da noi si fa colazione al bar...e il piatto che ci fu servito aveva un aspetto davvero regale anche se offerto alla buona...
L'allegria aumentava verlocemente in me, nel compagno di vita, nell'amico sincero...quando ecco, entrare di corsa, due uomini allampanati e magri con gli occhi scintillanti a perforare i loro visi magri e tristissimi...

Appena il tempo per incrociare il mio sguardo con quello di uno di loro e ritrovarmi il piatto svuotato da mani nude e avide...
...e dietro a quei due disgraziati...eccoli arrivare, decisi, con la stessa sveltezza dei poveracci i tre energumeni grassi che avevo intravisto all'ingresso del ristorante senza farci troppo caso a dir il vero..

Un guizzo...un baleno...e la scena nel ritrovo, ritornò quella di pochi minuti prima.

E il nostro amico, tranquillo, pronto a riordinare nuovamente per lui e per noi il cibo finito tanto velocemente in parte in bocche affamate, e parte in terra...
Restai,a dir poco, esterrefatta ...

Dei poveri, degli affamati, entravano nei posti dove altri (fortunati) si preparavano a mangiare?
E tra il personale dei locali venivano assunti dei "buttafuori" pronti a fermare il loro rubare cibo dai piatti dei commensali?

Ecco ...questo succedeva non molto tempo fa in America e non da noi...ed ora...forse sarà anche peggio a Long Island...

E fra pochissimo tutto ciò ....forse accadrà anche da noi...


George Brown

Ci trovavamo a Hong Kong nei primissimi anni 70, mio marito ed io.
Due giorni passati per me a sognare appoggiata alla balaustra affacciata sull'oceano...Laggiù, la vita, si svolgeva ancora sul mare...sulle onde le scuole... i mercati...il traffico mercantile...i ristoranti /barca...un mondo pulsava sull'acqua, pieno d’attività e di vita...di gioie e sofferenze, di lotte e di riposi.
Alle mie spalle, sulla terra ferma altra vita... diversa, fatta di persone danarose, d’attività grandiose, di corse all’acquisti, di grattacieli sfavillanti...

Avevo poco più di vent'anni ma già il mio sguardo andava in una direzione ben precisa piuttosto che in un'altra, pur senza sdegnarne i vantaggi...lo ammetto!
Al terzo giorno di permanenza il vantaggio sarebbe stato, per noi, il poter proseguire il viaggio e visitare altri mari...altri oceani altre vite....
Così, mentre, prestissimo quella mattina , ci aprestavamo a far colazione nella "lounge" d’un albergo assolutamente deserto, ci guardavamo intorno distratti....
I camerieri stavano mettendo a posto un locale con fatica...come se la sera prima vi fossero passate le truppe dedite solo al bengodi...L'illuminazione era fioca, eppure in fondo, in fondo al bancone adibito a Bar, riuscii a vedere, appeso alla sua sedia alta, un ragazzone altro dai capelli rossi. Aveva una decina di bicchieri vuoti davanti a sé. Ricordo d’avergli sorriso e che lui prese quel sorriso come un invito. Ci raggiunse al tavolino con una bottiglia semivuota di wiskey barcollando...
Si presentò e iniziò un lungo monologo senza fine, interrotto solo di tanto in tanto dalla frase:
"Sono un stato fottuto...devo partire per il Vietnam domani"
Poi riprendeva a parlare e parlare...di sé, dei suoi amici, della famiglia, della giovine moglie lasciata in un piccolo paese del Texas, dei suoi sogni, della casa ancora da pagare....dei bambini che avrebbe voluto.
Dio... quanto parlava...

Il compagno della mia vita cercava di staccarsi...controllava e ricontrollava passaporti e documenti...si irritava sempre più...ma George non si zittiva!
Mi chiese il nostro indirizzo italiano....il mio nome...si, sarebbe venuto in Italia a trovarci appena finita la guerra.
Tirai fuori dalla borsa il mio taccuino ricordo e lui vi scrisse il suo nome, mi dedicò un disegnino, e firmò con la data...

Finalmente arrivò, per noi, il taxi che ci avrebbe accompagnati all'aeroporto...ma George ci seguì fino in strada..pareva voler venire con noi, infilarsi anche lui tra valigie e borsoni...
Il taxi si mise in moto ma io lo seguì con lo sguardo fino all'ultimo..avevo paura che inciampasse con la bottiglia ormai vuota ancora tra le mani...avevo sentito fin troppo addosso me la "sua" paura.

Un paio d'anni dopo andammo a Washington, e naturalmente a rendere omaggio ai caduti nel Vietnam...quel Vietnam che avevamo imparato a conoscere così bene..
Fu allora che ripresi in mano il taccuino, ormai pieno di indirizzi di persone che forse non avrei mai più incontrato e cercai la pagina in cui George mi aveva lasciato il disegno....rilessi il suo nome...e ..mi misi a leggere tutti i nomi che cominciavano con la "B" sulla lastra nera, sperando di non trovarlo inciso tra le migliaia di nomi dei caduti per un'inutile e assurda guerra.
Speravo..speravo... di non trovarlo...invece era li...in mezzo a tanti..."George Brown anni 26" data del decesso ...tre giorni dopo il nostro incontro....



Macumba

Una sera, ci trovavamo a cena, mio marito ed io, con un brasiliano a Rio De Janeiro, e parlavamo della macumba. L'amico mi guardò e mi chiese se ne avevo paura?
"Paura io? Io paura? Paura?????"
Lui sorrise e, terminata la cena, ci invitò a fare una gita in una città vicina chiamata Pedropolis.
Durante il tragitto sulla sua auto, provai a scherzare sull'argomento "magia". Lui spiegò che per gli indigeni e non solo del Brasile, la macumba è cosa molto seria e da non sottovalutarsi mai...quindi se io non avevo paura ...(e daje...non facevo che ripeterlo che non ne avevo), ci avrebbe portati in un posto privato dove, contro ogni legge, quella sera si sarebbe tenuta una manifestazione di macumba collettiva.


Era una notte fonda....potrebbe essere l'inizio di un racconto, ma eravamo ben lontani da tutta la fantasia del mondo in quel momento.
All'ingresso di un garage, in un palazzaccio di periferia, dopo aver parcheggiato l'auto, ci trovammo davanti a un tizio lungo e magro, quasi nero di carnagione che alla luce tremula di un lampione guardava e riguardava la nostra pelle che stonava invece con la sua per quanto era bianca...comunque ci fece entrare insieme al "nostro" e "suo" amico...
Ci accomodammo sedendoci, su un piano rialzato, di un'enorme spazio vuoto dove erano esposti su una specie di baldacchino, innumerevoli statue di idoli e divinità, conosciuti o meno in un miscuglio senza uguali...: un serpente di coccio..la madonna...il dio schiva...una croce...statue di indiani...altri animali...pareva un bazar di oggetti sacri in vendita presso un rigattiere, sotto l'illuminazione forte, adesso, di mille lampadine colorate...

Mi veniva da ridere ma mi trattenni, sapevo bene che mi stavo innervosendo e non volevo darlo a vedere.
L'enorme spazio si stava affollando, poco a poco, di esseri umani dai fisici più diversi, quasi tutti neri di carnagione...donne grasse o magrissime..uomini vestiti elegantamentemente e straccioni...altri uomini su sedie a rotelle e giovinette che camminavano appoggiandosi a stampelle...esseri con le teste a penzoloni e, persone erette che parevano scoppiare di salute...
Poi, piano piano, qualcuno iniziò a battere insieme i palmi delle proprie mani e altri a seguire in un ritmo crescente , trascinando la folla che ormai gremiva quel luogo..e lentamente quelle strane persone si eccitavano, forse sotto l'effetto di droghe, forse semplicemente influenzandosi a vicenda in una kermess senza senso...

Fu allora che avenne l'incredibile...le stampelle che sorreggevano dei corpi venivano abbandonate in terra..non erano più necessarie. Le persone entrate sulle sedie a rotelle le stavano abbandonando alzandosi...i canti divennero quasi un "gloria" collettivo ed io iniziai davvero a temere...
Fu allora, per grazia ricevuta, che l'amico del nostro amico ci chiese di uscire...avevano notato la nostra presenza e "non" era gradita..la cosa avrebbe potuto prendere una brutta piega per noi.

Camminavamo in silenzio, ora, in un viottolo buio Walter, l'amico ed io, diretti verso l'auto parcheggiata e il nostro ospite non vide un sasso nel bel mezzo della strada, e inciampò malamente..
Il giorno dopo lo andammo a trovare in un ospedale di Rio, si era slogato una caviglia.
"Mai dubitare della macumba" ci disse "non si sa mai quello che puo' succedere.

 






Kathmandu' si estende ai piedi dei bianchi Titani eternamente ghiacciati: i picchi della catena Himalayana.

E'una valle di dannati, di folli e di inestimabili sognatori. Vi si respira un'atmosfera speciale insieme all'aria rarefatta. Si vive un miscuglio emotivo esilarante che oscilla continuamente tra il sacro ed il profano. Ci si sofferma in entrambe le sensazioni disperandoci per un incontro tremendo o esultando alla visione di ciò che può essere solo beatitudine.

Kathmandu' è l'ultimo dei confini tra sogno e realtà, l'ultima scelta dell'anima tra inferno e paradiso.




Nella città predominano ovunque templi di legno cadente. Sono edifici colorati di verde, di blu, scolpiti con figure allegoriche oscene inneggianti al kamasutra. Vi si fondano culture indiane e cinesi in un miscuglio grottesco. Le case, tutte affacciate su strade polverose, sono ormai ridotte ad ammassi confusi di legno tarlato.Ovunque errano esseri umani incuranti dello scorrere del tempo. La giornata che per loro si sta svolgendo è l'unica ad avere importanza.


Il viaggio si stava prospettando un' interminabile camminata, per il compagno della mia vita e per me, un muoversi continuo, lasciandoci lacerare dentro, morire per poi risorgere e perdersi in gioie esaltanti.

Un susseguirsi continuo tra visite negli inferi e un abbracciare i cieli più puri…

Abbiamo cercato la divinità vivente nella lontana periferia di Katmandu e abbiamo trovato una bambina, sporca e lacera affacciata al balcone di un tempio, intenta a guardare dei suoi coetanei, luridi, scalzi e seminudi giocare nel cortile sottostante, a rincorrere dei ratti, acchiapparli e stringerseli al petto.Al più veloce, più scaltro lei offriva un'applauso battendo insieme le mani aperte come fanno tutti i bambini.


La piccina aveva cinque anni, sei forse ed era stata scelta tra le tante figlie dei dignitari del paese per essere rinchiusa fino alla pubertà, nella solitudine quasi totale, custodita solo da sacerdotesse acide e vecchie. Sarebbe potuta uscire dal tempio solo una volta all'anno, portata in processione, per le vie della città, seduta su un baldacchino, essendole vietato di poggiare i piedi su una terra calpestata dai suoi sudditi.

Quel giorno sarebbe stata vestita riccamente e ornata con ori e gioielli, troppo pesanti per lei tanto magra e gracile.Sarebbe stata acclamata, toccata, stordita da una folla osannante e pazza, lei così timida e impaurita, così schiva. Per un giorno solo le sarebbe stato permesso di guardare le case, le vie polverose, passare davanti a templi meno importanti del suo, non importava se cadenti, tarlati o mostranti oscene figure.

Troppa luce l'avrebbe disturbata quel giorno, il sole accecata, e l'aria fatta sentire male. Ma avrebbe potuto guardare a suo piacimento le alte vette della catena Himalayana, e chiudersele dentro per poi poterle rivedere con la mente, quando quel giorno di gloria popolare sarebbe infine terminato.

E l'indomani qualcuno di passaggio, come noi, l'avrebbe potuta ancora vedere mentre affacciata al balcone, guardava con invidia altri bambini, con i quali non avrebbe mai potuto giocare, giù nel cortile, mentre per lei il tempo doveva passare , solo passare..e tutto ciò per essere Dea. L'unica Dea vivente al mondo!

Noi continuavamo le esplorazioni camminando in lungo e largo per la cittadina, tra viottoli polverosi che collegavano assurdi ripari chiamate abitazioni, illogici mercati dove non c'era niente da comprare, angoli appartati dove si nascondevano vagabondi, erranti e esseri accucciati su sudici giacigli persi in un irrecuperabile oblio.


Ai margini di un fiume abbiamo assistito ad una cremazione. La cremazione di un povero! La pira di legno acceso su cui il suo corpo posava, era ben poca cosa. Lo spazio appena appena sufficiente per contenere il solo busto mentre le estremità del corpo pendolavano fuori di esso. I resti di un essere, che era pur stato un uomo, giacevano totalmente nudi e bruciavano lentamente, troppo lentamente, mentre i suoi famigliari raccolti intorno si dividevano gli stracci che lo avevano avvolto in vita.Il tutto tenendo d'occhio le misere fiamme e non far disperdere nemmeno un tizzone, e rimboccando le carni fino alla loro totale trasformazione in cenere che sarebbero poi stata gettate nelle acque del fiume e affidate ad una corrente stanca. Lo stesso fiume dove ci stavamo trovando seduti, combattuti tra il restare o lo scappare, a debita distanza, sul più alto gradino di unica scalinata che scendeva fino a lambire l'acqua, là dove la vita continuava a svolgersi nella sua quotidianità.

La scena nel suo insieme appariva come l'inneggiare profondo dei sacri rituali, espresso con movimenti umili e semplici. Splendide ragazze si immergevano completamente, scherzavano tra loro, si lavavano reciprocamente. Si insaponavano il corpo insieme alle vesti, ed infine s'insaponavano con maggior cura i lunghi capelli neri.Altre donne sciacquavano i panni inginocchiate sulla riva,mentre gli uomini, immersi fino al bacino erano intenti a interminabili abluzioni ...

E il nostro sostare, distesi sull'ultimo lembo di prato rimasto verde, prima di cedere il passo agli scalatori diretti in alto verso le nevi perenni e vette troppo spesso invalicabili Nei pressi c'era l'unico casermone costruito con pietre , dimora di un campo stabile . Un funzionale punto d'emergenza e soccorso diretto da membri volontari delle nazioni unite.

Così ci sdraiammo parlando alle cime del mondo,in un contatto reciproco e rispettoso, dato che noi, non avremmo mai osato violarle.
E poi il mischiarci nuovamente tra la gente locale di un mercato assai lontano.

E anche qui l'inferno ci riprende per mano facendoci incontrare dei genitori europei venuti fin quaggiù, solo per mostrare a più gente possibile una fotografia sgualcita che da giorni stringevano tra le mani e porgendo a chiunque incontrassero sempre la stessa domanda trasformata ormai in litania:
"Lo hai visto?"
"La conosci?"


…ed infine, si infine il trattenerci tra i mitici sherpa. Parlare con loro. Popolo di eterni sognatori, guardiani dei ghiacciai e del cielo. Si lasciavano spesso alle spalle le mandrie di hyak, le loro donne, i loro figli per trasformarsi in uomini guida, caricarsi come muli, e concedersi nell'accompagnare altri idealisti verso l'alto. Sempre più in alto, fino a toccare l'intoccabile, in un baratto continuo della loro stessa vita.


tratto dal mio racconto


Una vela tra le stelle